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Innanzitutto: a quali persone vi rivolgete?

“Ai più fragili. Guardiamo a tutti i tipi di disabilità, da quella fisica a quella psichica fino a quella sensoriale, secondo quanto definito dalla legge. Lavoriamo con tossicodipendenti, ex carcerati e persone che si sono trovate temporaneamente escluse della società. Infine, ci rivolgiamo anche a chi per problemi di salute o per la necessità di affrontare lunghi periodi di cura ha perso il lavoro e si trova ormai in un’età in cui è difficile trovare un impiego. Si tratta di individui che sono nati o si sono trovati per vari motivi in una condizione di svantaggio e che per questo vengono etichettati come ‘diversi’ e costretti ai margini della società. Ma è ovvio che le regole vanno bene per chi le definisce, non necessariamente per tutti, e soprattutto non è vero che chi non si adatta a una certa ‘normalità’ sia meno degno e abbia meno diritti. Dobbiamo cambiare mentalità e il lavoro di RJ45 si focalizza proprio su questo, cercando di promuovere questo concetto non solo a parole, ma con i fatti”.

Cosa significa RJ45?

“RJ45 è il connettore di rete. Un nome che abbiamo scelto perché sintetizza bene quello che facciamo, ovvero unire profit e no profit mettendo a contatto questi due mondi apparentemente inconciliabili. L’idea è nata una decina di anni fa dalla volontà di costruire una cooperativa diversa dalle classiche, capace di muoversi come una normale impresa e di fare business senza essere considerata di serie B. Il settore che abbiamo scelto è quello dell’IT, totalmente alieno alle cooperative. Tra le varie cose, gestiamo back e front office, call center e data entry, che svolgiamo sia presso le strutture del cliente sia nella nostra sede, oltre a offrire servizi più tradizionali come reception e pulizie. In questi anni siamo riusciti a dimostrare che anche una persona svantaggiata inserita in un contesto convenzionale, con un’adeguata formazione e acquisendo le skill necessarie, può svolgere le stesse mansioni di chi invece svantaggi non ne ha”.

Quali sono i benefici di questo modello?

“Partiamo dal primo e più importante, ovvero il fatto di consentire a chi è svantaggiato di rientrare a far parte della società in modo attivo e soprattutto produttivo, guadagnando uno stipendio e quindi smettendo di dipendere dalla famiglia o dai servizi sociali. Per tanti ciò significa avere la possibilità di costruirsi (o di rifarsi) una vita e per noi sapere di poter aiutare così tante persone è fonte di grande orgoglio e soddisfazione. Ma un individuo che si rende indipendente è anche un costo in meno per la collettività, quindi anche la spesa pubblica per ospedalizzazioni, farmaci e cure mediche si riduce, liberando fondi e personale che possono essere così destinati ad altri progetti. Infine le imprese: in primo luogo, con i nostri servizi è possibile ottemperare alla Legge 68/99 sulle assunzioni obbligatorie; secondariamente, l’azienda ottiene subito un servizio che eroghiamo tramite personale già formato di cui non deve gestire nulla (buste paga, ferie, malattie, TFR, ecc.), perché facciamo tutto noi, almeno finché non decide di assumere la persona direttamente; terzo e non ultimo per importanza, aumenta la sostenibilità sociale, un impegno che ormai è in cima alle priorità della maggior parte delle imprese. Ma al di là dei benefici concreti, a migliorare è innanzitutto l’attenzione verso le persone più fragili. In sostanza, stiamo compiendo un’opera di alfabetizzazione sul tema della diversità”.

Come fate in pratica a raggiungere questi risultati?

“Come ogni realtà strutturata, abbiamo un ufficio risorse umane che continua a fare ricerca e selezione di possibili candidati, tenendo in considerazione le esigenze delle imprese per cui lavoriamo. Dall’altro lato, a differenza di una cooperativa, disponiamo di una rete di commerciali per cercare di ampliare sempre di più la clientela, proprio come una qualsiasi azienda profit. Il punto è proprio questo: lavorare e proporsi come un’azienda che vende servizi di qualità. Non diciamo ‘affidati a noi perché se lo fai aiuti le persone in difficoltà’. Vorrebbe dire entrare nella logica del mero pietismo, alimentando inoltre la solita retorica del ‘diverso’. Quello che facciamo invece è parlare da azienda ad azienda, offrendo benefici che vanno oltre quelli del servizio che forniamo”.

È questo il senso del vostro claim ‘UNO + UNO = TRE’?

“Precisamente. Il nostro scopo è trasformare un obbligo in opportunità: un’opportunità per chi cerca una vita migliore; un’opportunità per rendere la propria azienda migliore; un’opportunità per costruire insieme una società migliore. Finché non la conosciamo, la diversità ci fa paura, tendiamo a respingerla, a far finta di niente, a restarcene comodi e al sicuro nel nostro piccolo castello di pregiudizi. Ma se cambiamo atteggiamento e abbandoniamo la paura, possiamo imparare molto sugli altri e su noi stessi, diventare più ricchi. E magari accorgerci che, in fondo, la diversità non esiste nemmeno”.

Daniele Gazzorelli